«Addio banca, faccio il vino»

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Articolo pubblicato il 28/01/2017 alle ore 09:30.
Massimo Ronca nella sua cantina, foto sito
Massimo Ronca nella sua cantina, foto sito

Nell’armadio una decina di vestiti di sartoria, nel cellophane, e sul cellophane un velo di polvere. Nei cassetti una cinquantina di costose cravatte. Addosso, invece, un pile, jeans, scarpa antinfortunistica e barba da tre giorni, ma forse anche quattro. Orologio no, fretta nemmeno. Massimo Ronca, 51 anni, era un funzionario di banca. Oggi è un vignaiolo, un produttore di vini a cui già la cantina sa troppo da «ufficio» e preferisce lavorare la terra.

Raccontiamo la storia di uno dei 60 milioni di italiani che dicono «basta, adesso cambio vita», solo che lui lo ha fatto davvero: «Dopo la scuola ero entrato nell’azienda di famiglia, uno scatolificio industriale. Nel 1989 la cedemmo ad una multinazionale, così decisi di provare ad entrare in Banca Popolare. Dopo essere stato assunto, proprio nella filiale di Sommacampagna, venni subito spedito a Milano dove rimasi poi per cinque anni». Qui Ronca diventa vicedirettore di filiale. La vita milanese ha ritmi che non sono certo rilassanti e salutari. Così torna a Sommacampagna e diventa responsabile di sportello. Ed è allora che vivendo in questo territorio, assaporando l’aria dei terreni del Custoza, inizia a maturare la «pazza idea»: «Mio nonno Ulderico nel 1976 aveva fondato questa piccola azienda agricola che aveva lasciato ai suoi tre figli, tra cui mio padre, e producevano soprattutto frutta. Così nel 1999, vedendo che i miei zii non erano molto interessati a proseguire, con mio papà e mia sorella Cristina abbiamo deciso di prendere in mano tutto. E per fare questo avevo preso 8 mesi di aspettativa dal lavoro».

Massimo Ronca passa dalla scrivania e dal nodo della cravatta al sedile di un trattore e ai calli sulle mani. «Dopo un mese volevo già licenziarmi dalla banca. Io amavo l’aria aperta, quello era il mio ambiente. Fino al 2007 qui c’era solo silenzio, terra e le nuove viti, mentre poi abbiamo costruito la zona residenziale e, solo in un secondo momento, la cantina». Questo è il vero salto di qualità. Per diversi anni l’azienda agricola della famiglia Ronca aveva conferito le proprie uve alla cantina sociale di Custoza. Nel 2006 la decisione: costruire una cantina e un impianto di imbottigliamento che può sfornare fino a 250mila bottiglie all’anno. L’investimento è di svariati milioni di euro. Per la cronaca, dopo gli otto mesi, di Ronca in banca non vi era traccia: «I miei colleghi mi invidiano molto ancora oggi, ma chiaramente non tutti hanno la possibilità di farlo. Ero già un atipico in banca, lavoravo senza mai guardare l’orologio e se serviva andavo anche nei giorni di chiusura. Qui in cantina è peggio, ma è la mia vita».

Massimo ha sposato Elena, un avvocato che ha «estirpato» da Verona dirottandola qui, e ha avuto due figli, Pietro, 9 anni, e Camilla, di 12: «Spero che almeno uno di loro voglia continuare questo viaggio nel vino, che per me rimane magico». L’orizzonte per questa «start-up» è vasto: la Cantina Ronca è già in fase di conversione al biologico e nel 2018 avrà la certificazione per produrre vino 100 per cento bio: «Abbiamo escluso i pesticidi, usiamo un piccolo spago impregnato di ferormoni per evitare che gli insetti maschi fecondino le femmine. Si chiama “confusione sessuale”».

Poi Ronca ci lascia: «Se lo rifarei? Certo che sì. Non è sempre facile, non ci si dorme la notte, non ci fermiamo mai ma è meglio farlo qui che in un ufficio».

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