«Wonder» Katia, quando lo sport è donna

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Articolo pubblicato il 02/07/2017 alle ore 07:30.
Katia Ruzza
Katia Ruzza

«Katia con C o con la K? Con la K! Se lo scrivi con la C rischi di leggere Catìa, in dialetto cattiva». Battuta pronta, toni da condottiero, corpo e mente in movimento perpetuo. Per starle al passo mi presento con tuta e scarpe da ginnastica. Non bastano. «Wonder Katia», classe 1946, è lo sport fatto persona, io l’antitesi. Arriva al palazzetto pedalando alla Nibali, Katia Ruzza 71 anni, rossetto, un velo di fard sulle guance, maglia della polisportiva San Paolo, pantaloni in acetato blu e immancabili scarpe da ginnastica. Ha cresciuto, educandole ai valori dello, sport, generazioni di valeggiani. E continua tuttora.

Tre, due, uno: via. L’intervista parte di corsa: «Mi sono laureata all’Isef a Milano nel 1969 - una delle prime e rare donne a scegliere la facoltà - Volevo la moto, mi hanno regalato la macchina, portavo i jeans quando in paese le donne non sapevano nemmeno cosa fossero, ho lottato per far indossare i pantaloncini corti alle atlete, dopo la laurea ho insegnato in una scuola media di Monza continuando la mia preparazione attraverso diversi corsi. Nel 1972, tornata a Valeggio, sono andata in provveditorato a reclamare l'inesistenza di attività sportive mirate per i ragazzini». Ti hanno ascoltata? «Certo, per la prima volta abbiamo creato un esagonale tra sei scuole medie e portato i ragazzi a conoscere lo sport».

Immagino la faccia del provveditore. Wonder Katia cammina a passo spedito sulla pista di atletica senza stoppare l’eloquio, la rincorro in apnea, riesco a farle la domanda che mi sono sempre posta. Cosa significa fare sport e perché è così importante? Si blocca e riparte di scatto. «Vedi, anche se oggi non sembra, ero una ragazzina timida, lo sport mi ha dato sicurezza. L’atletica mi ha trasformata, è una disciplina nella quale sei solo con te stesso. Allenandoti, raggiungi sempre dei risultati, l’autostima cresce. Ti fortifichi nei muscoli e nella mente. Lo sport è l’unico alleato per stare bene».

Wonder Katia, 71 anni. Forse sarebbe il caso di leggere la sua età al contrario: 17. Quattro pomeriggi la settimana allena i 90 tra ragazzi e ragazze dell'atletica e tiene corsi in palestra per le signore, alcune la seguono da oltre 30 anni. Wonder Katia è un miracolo della natura, un unicum, o la dimostrazione che lo sport fa inconfutabilmente bene? Siamo cresciuti con il detto l’importante non è vincere ma partecipare, sei d’accordo? «Valgono entrambi, l’agonismo fa parte della vita, la scuola dà voti, è quindi è la prima a creare agonismo».

Rimanendo in ambito scolastico la ginnastica è spesso stata considerata come una materia di serie B. Wonder Katia rimbalza la provocazione: «Dopo un mese, massimo due dall’inizio della scuola, durante i consigli di classe, ai colleghi delle altre materie ero in grado di spiegare i tratti il carattere dei ragazzi, elementi sconosciuti per loro. In palestra non c’è una cattedra che divide, si entra direttamente in contatto con i ragazzini, sempre che l’insegnante lo voglia fare». Mi dicono che sei il confessionale di molti adolescenti che alleni. «Vero, a volte credo si sapere più io delle loro madri. Le ragazze soprattutto si confidano molto chiedono consigli, primi amori, primi fidanzatini, i maschi sono più riservati su questi argomenti, ma instaurano un rapporto di complicità, e sono dei gran chiacchieroni».

Cosa pensi di aver dato ai tanti atleti che hai seguito e a quelli che ancora oggi alleni? «Oltre alla soddisfazione di vederli sul podio, questo non lo nascondo, il vederli stare bene, aver dato loro un metodo con il quale poter affrontare qualsiasi situazione si presenti nella vita. Riuscire a fare il massimo con le proprie capacità al di là del podio». Come sono cambiati i ragazzi? «Oggi faccio la metà del lavoro che facevo 20 0 30 anni fa, gli adolescenti di questi tempi sono distratti, bombardati da mille interessi, stressati. Ai genitori dico di non far fare loro 100 attività, fateli scegliere magari alternandole, soprattutto lasciateli vivere!». Post scriptum: è stata un’intervista «sudata».

Tags: valeggio sul mincio,sport,intervista

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