«Io, bullo pentito»

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Articolo pubblicato il 01/01/2017 alle ore 07:30.
Bullismo, immagine archivio
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«Sono stato un bullo e me ne vergogno tanto». Parole di un 17enne del Villafranchese che chiameremo Valentino - come il suo campione-idolo - per motivi di privacy. E’ un percorso di cambiamento molto difficile per lui, ma ce la sta facendo:

«E’ un grande senso di colpa che mi sta aiutando, oltre a mia mamma e a mio nonno che mi stanno dedicando tempo e affetto, per rendere meno pesante questo macigno che ho nello stomaco - spiega l’adolescente - Lo psicologo mi dice sempre che questa esperienza mi renderà un uomo vero, con carattere, ma buono, ed io lo spero e lo credo. Sto imparando a gestire quella rabbia che ho portato in me per anni, scaturita nel vedere mio padre che soffriva di una grave forma di depressione. Guardarlo in quello stato, a quei tempi, mi fece diventare molto cattivo. Doveva essere il mio mito, invece mi faceva pena, disgusto; e più questi sentimenti aumentavano, più diventavo arrogante nei confronti dei miei compagni “sfigati”, che non erano al mio livello. Oggetto della mia rabbia repressa erano i ragazzi timidi e goffi, o le ragazze brutte o grasse che io prendevo in giro senza pietà, fino a farle piangere, mentre il mio gruppetto se la rideva a più non posso. Ora nella testa sento solo un riverbero di risate e un rumore di lacrime che precipitano a terra. Tutto questo non lo faccio più e mai più lo farò».

Valentino, due facciate: figlio modello, studente eccellente e di bell’aspetto: «A scuola ero il più bravo e il più bello, mi sentivo figo. Avevo voti eccellenti e tutte le ragazze mi correvano dietro; ma non ero felice perchè il mio pensiero fisso era la paura di diventare come mio padre. I miei amici mi spalleggiavano, io ero il loro leader, l’esempio da imitare. A casa ero bravo con mamma, e quando mi abbracciava “la respiravo”. Questo gesto mi tranquillizzava e spesso entravo nella sua camera per annusare i suoi vestiti. Ma ogni giorno che passava odiavo sempre di più mio padre, lo consideravo una nullità: sempre lì a fissare il vuoto, con quegli occhi rossi e gonfi di pianto, e quel rimbambimento da psicofarmaci. Lo evitavo totalmente, e mi vergognavo di lui. Oggi invece ho capito che aveva solo bisogno di essere amato e rassicurato, come ne ho bisogno io». E prosegue: «Un giorno mia madre mi chiese di andare con lei ad accompagnare mio padre a fare una visita in una casa di cura.

Arrivammo in questa caserma con le sbarre alle finestre, e da una di queste, vidi un uomo guardarmi con occhi spaventosi, inquietanti, spiritati. Ebbi paura, paura di me stesso, di questa forza negativa, di questa violenza che mi possedeva. All’improvviso mi sono sentito confuso, e orribile. Avevo solo voglia di scappare via; ma quegli occhi continuavano a posarsi su di me e vidi i miei, iniettati di odio.

Al rientro mi chiusi in casa, al buio ad ascoltare a tutto volume in cuffia i “Prodigy” tirando pugni al vento. Il giorno dopo ero rabbioso, sentivo correre l’adrenalina dentro me, mi guardai allo specchio e vidi quegli occhi pazzi trapiantati al posto dei miei. Andai a scuola, avevo una maledetta voglia di spaccare la faccia a qualcuno.

Dopo la lezione di educazione fisica, nello spogliatoio, mi guardai allo specchio, e dietro di me vidi la sagoma scheletrica di un ragazzo. Mi girai e cominciai ad offenderlo, lui osò reagire e mi sfidò con lo sguardo. Non potevo accettare un simile gesto, non potevo accettare di perdere punti davanti a tutti. Mi prese una furia cieca, incredibile, lo sbattei contro il muro e gli diedi una testata sul naso. Il sangue colava come una candela. Rimasi paralizzato come in un flash mob, ero totalmente scombussolato. A quel punto intervenne il professore che subito convocò mia madre».

Da quel momento la consapevolezza di aver toccato il fondo. Una voragine di rabbia e violenza da cui voler risalire. Valentino conclude: «Le cose non mai accadono per caso, servono per insegnarti a crescere, anche se il tempo non cancellerà mai le tue ferite».

Tags: bullismo,scuola

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